I consiglieri della nostra sezione si raccontano – Camilla Brunelli

CAMILLA BRUNELLI

CUCIRE, TESSERE, TRADURRE

Continuano gli incontri all’Aned di Firenze per raccontare le motivazioni che spingono a partecipare alla vita della nostra associazione e per capire come fare “memoria” oggi.

Camilla Brunelli svolge da molti anni un lavoro straordinario per compiere un’operazione, che – prendendo a prestito una felice espressione di Renzo Piano – potremmo definire del cucire la memoria. Ovvero tessere una trama complicata, tra generazioni diverse, luoghi diversi e memorie diverse. Ed è in questi anni riuscita a fare questo anche grazie al suo saper declinare in maniera feconda le sue identità multiple. Camilla è infatti una fiorentina cresciuta in Germania. Completati gli studi al Nicolaus Cusanus Gymnasium di Bonn è poi tornata per l’università a Firenze, dove ha studiato storia e letteratura tedesca. La sua assoluta padronanza della lingua, l’avere in sostanza due lingue madre – l’italiano e il tedesco – ha poi determinato la strada percorsa in seguito. Prima insegnante di tedesco presso scuole private, poi impiegata al Consolato austriaco a Firenze, quindi traduttrice di libri di saggistica e narrativa e interprete simultanea per vari enti tra cui la Rai, infine l’approdo – da storica – al Museo della Deportazione a Prato che contribuisce a realizzare nel 2002 e del quale dal 2008 è direttrice. Anzi al “Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza”, ovvero l’unica esperienza museale in Italia incentrata in modo specifico sulla deportazione e la Shoah. Il Museo racconta in modo straordinariamente efficace la persecuzione e la deportazione politica e “razziale” delle persone nei campi di concentramento e di sterminio nazisti durante la seconda guerra mondiale. Ed ha visto in questi anni un crescendo stupefacente di partecipazione (soprattutto di giovani e scolaresche da tutta la Toscana e oltre) e ha sviluppato un’intensa attività didattica rivolta ai giovani, per tessere quella trama della memoria e promuovere una cultura di pace e di solidarietà fra i popoli contro ogni tipo di intolleranza, razzismo, discriminazione e totalitarismo. Sorge simbolicamente a Figline di Prato, dove il 6 settembre 1944, nel giorno della liberazione, 29 partigiani furono impiccati dalle forze armate tedesche. E proprio la città di Prato – città di cuciture, tessiture e anche di traduzioni, viste le 109 nazionalità diverse presenti oggi in città – è stata la protagonista di uno dei gesti di pace più difficili, controversi e in fine straordinario. Ovvero il gemellaggio con la città di Ebensee, in Austria. E’ questa parte del racconto personale di Camilla Brunelli che colpisce di più. Si trattò infatti di una scelta complessa, per niente banale, di rito o formale. Era tutta sostanza. La guerra era finita da poco più di quarant’anni. La metà degli anni ’80, quando Camilla si avvicina all’ANED di Prato. La maggioranza di quei pochi sopravvissuti alle deportazioni nazifasciste ed ai campi di concentramento erano vivi, ancora giovani ed attivi sul versante politico e culturale. Molti di loro iniziarono a parlare ed a raccontare quanto avevano vissuto. E proprio in quegli anni il fenomeno del negazionismo e del revisionismo storico iniziava a prendere piede in maniera significativa. Il suicidio di Primo Levi risale proprio a quel fatidico anno, il 1987. Un gruppo di ex deportati e membri dell’ANED di Prato, fra cui Roberto Castellani, si convince del fatto che per dare un corpo reale all’espressione “Mai più” è indispensabile tendere una mano, quarant’anni e passa dopo, ai cittadini di Ebensee dove sorgeva uno dei più terribili lager nazisti, sottocampo di Mauthausen. Un gemellaggio tra la città violentata – Prato – e la città simbolo della deportazione politica dalla Toscana e dell’annientamento di molti pratesi, empolesi e fiorentini. Quasi una bestemmia. Un’idea avversata da tanti, anche dentro l’associazione stessa. Sembrava una follia. Promuovere un gemellaggio con i figli di chi ieri, magari nazista convinto, si era macchiato di gravissime responsabilità. A tutto ciò – racconta Camilla – si aggiungeva anche un’ulteriore difficoltà. Tra gli austriaci c’era chi inizialmente era molto, ma molto reticente. Reticente a raccontare, ad ammettere, ad affrontare la questione. I rappresentanti del Comune accettarono i primi inviti a discutere del gemellaggio, ma alcuni di loro – non il giovane Sindaco socialdemocratico Rudolf Graf che al contrario si disse molto disponibile e onorato – si trinceravano dietro i proverbiali “non sapevamo, non ricordiamo, non abbiamo colpe”, etc. etc. Una interlocuzione reale – tra pratesi e austriaci – rischiava di scontrarsi contro la barriera linguistica o di perdersi in una traduzione poco precisa. Il ruolo di Camilla Brunelli fu centrale. E non solo per la perfetta padronanza della lingua, ma forse anche – o soprattutto – per la conoscenza della cultura germanofona, della storia del nazismo e dei campi di concentramento e di sterminio. Fu un lavoro difficilissimo. Camilla Brunelli ha raccontato delle lacrime versate da lei e dai familiari delle vittime durante le sessioni di incontri e traduzioni per cercare di dare vita a quel gemellaggio. Stava facendo la storica, la traduttrice, la mediatrice culturale, la psicologa, l’interprete. Oggi quel gemellaggio ha più di trent’anni, ha smontato pregiudizi e diffidenze da entrambe le parti, generato incontri, scambi, decine di viaggi della memoria, e fatto conoscere a migliaia di persone quello che è stato. Camilla, durante quei mesi non stava facendo solo l’interprete. Stava cucendo, tessendo e poi infine stava traducendo.

visita il sito del museo della deportazione

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